147 candeline per i Jeans

I jeans “spengono” 147 candeline: da pantaloni per i cercatori d’oro a capo in e passepartout

Forse i jeans sono il capo d’abbigliamento più longevo ed intramontabile. Quest’anno compiono 145 anni, precisamente il 20 Maggio, data in cui il brevetto dei pantaloni di tela blu rinforzati con rivetti metallici venne registrato, anche se l’origine della tela jeans si fa risalire al XVI secolo, in particolare alle resistenti stoffe color blu di Genova che si usavano per coprire le merci e per insaccare le vele nel porto ligure.

Il loro primo successo lo registrano come pantaloni indistruttibili da vendere ai cercatori d’oro nel Far West nella seconda metà dell’Ottocento.

Ora vincono i jeans a vita alta

Da allora molto è cambiato e continua a cambiare, soprattutto nel modo di portarli. Pare si sia conclusa l’epoca (durata un decennio) di quelli a vita bassa, che hanno permesso la visione di boxer e slip di due generazioni di ragazze e ragazzi.

Ora, al primo posto, ci sono quelli a vita alta, come risulta da una recente ricerca di Privalia. Seguono i modelli a zampa d’elefante, poi i boyfriend (quelli del fidanzato, che le ragazze indossano quando vogliono qualcosa di comodo), i mom fit (linea trendy, ma più morbida ed adatta alle mamme) e gli skinny (a gamba dritta).

Cinema, musica e parole che grandi stilisti e vip hanno dedicato a questi pantaloni

In Urlatori alla sbarra, film di Lucio Fulci del 1960, con gli emergenti Adriano Celentano, Mina, Peppino Di Capri e Lino Banfi ed i già affermati Joe Sentieri e Chet Baker, il proprietario di un’azienda che produce jeans tenta di dissociarli dall’immagine dei giovani ribelli, convinto che così ne potrà vendere di più.

Hanno un ruolo fondamentale anche in un cult degli anni Ottanta come Ritorno al futuro: quando il protagonista Marty McFly, in un salto temporale all’indietro, incontra Lorraine, la sua futura mamma, lei è convinta che il nome di Marty sia Levi Strauss, perché questo è quel che legge sulla targhetta dei pantaloni del ragazzo.

Non meno importanti sono stati Un jeans ed una maglietta (1983), cavallo di battaglia di Nino D’Angelo; la commedia americana 4 amiche e un paio di jeans, del 2005, in onda tra gli anni Ottanta e Novanta, in cui la madre ed il padre della famiglia protagonista indossavano i jeans, che in questo contesto diventano simbolo dei “nuovi” genitori, non più autoritari, ma comprensivi e desiderosi di dialogare coi figli.

Nel 1996 gli 883, nel brano Gli anni citano i Roy Roger’s, mentre nel 2005 Jovanotti, in Mi fido di te, canta: “La dea dell’amore si muove nei jeans”.7

Indossare i tacchi alti sul lavoro è un dovere in Giappone

Indossare i tacchi alti sul lavoro è un dovere in Giappone

Una clamorosa notizia arriva dal Giappone: Takumi Nemoto, il ministro del Lavoro e della Salute giapponese, ha dichiarato senza mezze misure che, per le donne del suo Paese, indossare scarpe con i tacchi alti sul lavoro è un dovere, un obbligo tassativo. Una prassi necessaria ed appropriata che rientra nel campo di ciò che è adeguato ed indispensabile dal punto di vista professionale.

Una dichiarazione che ha suscitato proteste in tutto il mondo da parte delle donne

 

In Giappone è nato un movimento che invoca l’approvazione di una legge per impedire alle dipendenti l’obbligo di indossare scarpe con tacchi alti. A far scoccare la scintilla della rivolta è stata Yumi Ishikawa, un’aspirante scrittrice ed attrice di 32 anni, la quale per mantenersi, lavora in una ditta di pompe funebri a Tokyo.

Nei mesi scorsi, Yumi ha scritto su Twitter: “Invidio i miei colleghi uomini che possono indossare liberamente scarpe basse mentre io sono obbligata a portare tacchi alti che mi provocano forti dolori alla schiena ed alle gambe”. Ed il suo sfogo, nel giro di poche ore, è stato condiviso sui Social da 68.000 donne in tutto il Giappone. Molte giapponesi, nel commentare il messaggio di Yumi, hanno pubblicato fotografie dei loro piedi “martoriati” da ferite, vesciche ed infiammazioni all’alluce per colpa dei tacchi che erano costrette ad indossare in ufficio o in negozio.

Vedendo l’approvazione che le sue parole avevano incontrato, Yumi ha fondato il movimento KuToo, il cui nome è un gioco di parole tra le parole giapponesi kutsu e kutsuu che significano rispettivamente “scarpe” e “dolore”.  Capitanato da Yumi, questo movimento ha lanciato una petizione per chiedere, appunto, una legge che impedisca ai datori di lavoro di obbligare le dipendenti ad indossare tutto il giorno le scarpe con il tacco alto.

Tuttavia, questa battaglia si è infranta contro il secco “no” del governo giapponese, che ha imposto la “linea dura”: tacchi alti per tutte, in nome dell’eleganza e del decoro. Ed il Giappone, in questo, non è solo: il governo giapponese ha infatti deciso di seguire l’esempio della Gran Bretagna dove le aziende hanno il diritto di imporre ai dipendenti, maschi e femmine, un determinato abbigliamento, scarpe con il tacco comprese, e di licenziare chi non vi si attiene.

Indossare tacchi alti a lavoro: inizio di una tendenza internazionale?

Il clamoroso “editto” del ministro giapponese potrebbe avere ripercussioni anche sulle donne italiane perchè potrebbe costituire l’inizio di una tendenza internazionale destinata a rendere obbligatori i tacchi alti negli uffici di tutto il mondo.

Se gli esempi britannico e giapponese faranno scuola nel mondo, presto o tardi anche in Italia i datori di lavoro potrebbero essere autorizzati ad imporre i tacchi alti, pena il licenziamento, a impiegate, segretarie, commesse. In questo caso, probabilmente, assisteremo a durissime vertenze sindacali. O, forse, le lavoratrici costrette alle scarpe con il tacco si consoleranno ricordando Marilyn Monroe, la quale portava sempre con apparente disinvoltura scarpe dal tacco vertiginoso ed insegnava: “I tacchi alti fanno diventare una donna il 25% più dominante, il 50% più sicura di sè stessa ed il 100% più sexy”.

Scarpe con tacchi alti: croce e delizia per una donna

Le scarpe con i tacchi alti per le donne possono essere, secondo i casi, un irresistibile oggetto del desiderio ma anche una vera e propria tortura. Da un lato i tacchi alti sono l’arma di seduzione femminile per eccellenza, il modo più efficace per “slanciare” la propria figura anche se non si è altissime, per valorizzare la bellezza delle gambe, per rendere sensuale il proprio modo di camminare. D’altro canto, si sa, i tacchi sono belli ma scomodi. E, spesso e volentieri, le stesse scarpe che è bello indossare una volta alla settimana, per un appuntamento galante o per una serata elegante, possono diventare un vero tormento da indossare al lavoro per otto ore al giorno.

Questo è un problema con cui si confrontano le donne che, come le segretarie e le impiegate di molti uffici, le hostess, le commesse dei negozi di lusso, sul lavoro devono vestirsi in modo formale ed elegante. Molte di queste donne cercano di evitare il “supplizio” dei tacchi alti abbinando il tailleur “d’ordinanza” a scarpe basse, decisamente più comode. Infatti i tacchi alti, poichè costringono il piede a rimanere per molte ore in una posizione innaturale, non soltanto possono provocare dolore e vesciche alle estremità ma anche mal di schiena ed addirittura mal di testa.